io obietto la guerra.

FAQ Complete

Perché chiediamo il diritto all’obiezione di coscienza alla guerra? 

Secondo i più autorevoli Istituti per la Pace internazionali non si sono mai registrati così tanti conflitti nel mondo dalla Seconda guerra mondiale: nuovi scenari di guerra si moltiplicano, mentre nessuna guerra in corso sembra in grado di concludersi. 
Il diritto internazionale umanitario, nato per tutelare la vita dei non belligeranti, del personale sanitario e umanitario, e per proteggere le città e le infrastrutture civili, viene sistematicamente ignorato e violato. 
Nuove tecnologie hanno reso più semplice colpire “il nemico” nelle sue infrastrutture civili e nel suo patrimonio culturale e usare le popolazioni come target e ostaggio della guerra. Una nuova forma di guerra, detta “ibrida”, minaccia anche la nostra società. “Non viviamo né in pace né in guerra”, hanno ripetuto diversi leader e generali europei in questi anni, mentre minacce militari e violenza armata ritornavano a essere utilizzate come strumenti della politica internazionale. 
A questa deriva della ragione e del diritto internazionale non si oppongono i governi, ma l’opinione pubblica, che ha più volte manifestato la propria contrarietà al riarmo e alla collaborazione con governi che praticano violenze e minacce armate. Lo hanno fatto milioni di voci per chiedere a Israele di fermarsi nel massacro a Gaza e per denunciare il silenzio e l’inazione europea. Lo hanno fatto studenti e lavoratori dicendo “non in mio nome” con manifestazioni e scioperi e rifiutandosi di prestare la propria collaborazione alla macchina della guerra che ogni giorno progetta, assembla, trasporta armi e strumenti di morte utilizzando infrastrutture e servizi della società civile. 
Crediamo sia venuto il tempo di chiedere il diritto di dichiararsi indisponibili a fornire le proprie competenze, il proprio lavoro, il proprio consenso alla guerra, alla violenza e all’uso delle armi per la risoluzione dei conflitti, come vuole l’Articolo 11 della nostra Costituzione. E di poterlo fare preventivamente, in maniera chiara e certa. Chiediamo il diritto a dichiararci obiettori di coscienza alla guerra perché il nostro coinvolgimento nella violenza armata, come uomini e donne, non passa più solo da un eventuale servizio militare, ma dal lavoro e dalla collaborazione che possiamo fornire nella nostra vita civile. Vogliamo dissentire e vogliamo rifiutarci di essere coinvolti nella produzione di morte e dolore

Come si esercita il diritto all’obiezione di coscienza alla guerra secondo la proposta di legge “io obietto la guerra”? 

La nostra proposta di legge di iniziativa popolare stabilisce che ogni cittadino e cittadina possa dichiararsi “obiettore di coscienza alla guerra” presso il proprio Comune, in un registro gestito in conformità con la normativa sulla privacy. Di fronte a un eventuale ripristino del servizio militare o in caso di coinvolgimento in attività connesse e/o funzionali alla guerra, ciascuna cittadina e ciascun cittadino obiettore potrebbe far valere il suo diritto a rifiutarsi di prestare il proprio corpo e il proprio lavoro a quelle attività, senza incorrere in sanzioni, provvedimenti o qualsiasi altro pregiudizio patrimoniale e/o non patrimoniale, secondo il principio di non punibilità previsto dall’articolo 51 del Codice penale. 
Ciò significa, in concreto, che lavoratori e lavoratrici che si trovassero a qualsiasi titolo coinvolti nella progettazione, produzione, assemblaggio, movimentazione di armi, dispositivi di armamenti, munizioni e altri strumenti funzionali a una guerra in corso o destinati a Paesi in conflitto, potrebbero rifiutarsi legittimamente di prestare la loro opera, invocando il loro diritto all’obiezione di coscienza alla guerra. 
L’iscrizione al registro sarebbe revocabile in qualsiasi momento dal diretto interessato. 

L'obiezione di coscienza alla guerra comporterebbe sanzioni o conseguenze per chi la esercita?

Se venisse introdotta la nostra legge, in caso di ripristino del servizio militare o di coinvolgimento in attività connesse e/o funzionali alla guerra, ciascuna cittadina e ciascun cittadino obiettore potrebbe far valere il suo diritto a rifiutarsi di prestare il proprio corpo e il proprio lavoro a quelle attività, senza incorrere in sanzioni, provvedimenti o qualsiasi altro pregiudizio patrimoniale e/o non patrimoniale, secondo il principio di non punibilità previsto dall’articolo 51 del Codice penale.

Che cos’è l’obiezione di coscienza?

Se venisse introdotta la nostra legge, in caso di ripristino del servizio militare o di coinvolgimento in attività connesse e/o funzionali alla guerra, ciascuna cittadina e ciascun cittadino obiettore potrebbe far valere il suo diritto a rifiutarsi di prestare il proprio corpo e il proprio lavoro a quelle attività, senza incorrere in sanzioni, provvedimenti o qualsiasi altro pregiudizio patrimoniale e/o non patrimoniale, secondo il principio di non punibilità previsto dall’articolo 51 del Codice penale.

L’obiezione di coscienza è in qualche modo tutelata giuridicamente in Italia? 

L’obiezione di coscienza è un diritto costituzionalmente tutelato – pur non essendo oggetto di alcun articolo della Costituzione – che ha il suo fondamento nella dignità umana e nei diritti inviolabili. Secondo la giurisprudenza costituzionale: “A livello dei valori costituzionali, la protezione della coscienza individuale si ricava dalla tutela delle libertà fondamentali e dei diritti inviolabili riconosciuti e garantiti all'uomo come singolo, ai sensi dell'art. 2 della Costituzione, dal momento che non può darsi una piena ed effettiva garanzia di questi ultimi senza che sia stabilita una correlativa protezione costituzionale di quella relazione intima e privilegiata dell'uomo con se stesso che di quelli costituisce la base spirituale-culturale e il fondamento di valore etico-giuridico”. (Corte cost. n. 467/1991).

Qual è la storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare in Italia? 

Per una storia della obiezione di coscienza al servizio militare e della nascita e sviluppo del servizio civile, prima, e ora del servizio civile universale, si può consultare il sito del Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale presso la Presidenza del Consiglio: https://www.politichegiovanili.gov.it/servizio-civile/obiezione-di-coscienza/storia-dell-obiezione-di-coscienza/

L’obiezione di coscienza è riconosciuta a livello internazionale? 

Sì. Il diritto internazionale e sovranazionale, al quale l’ordinamento italiano è vincolato, riconosce il diritto alla libertà di coscienza in molteplici risoluzioni e carte, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, che all’articolo 18 recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”. 
Questa formulazione è ripresa nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950 e ancora nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che all’articolo 10, dispone inoltre, al secondo paragrafo, che gli Stati provvedano a garantirne l'esercizio: «il diritto all’obiezione di coscienza è riconosciuto secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio». Il diritto all’obiezione di coscienza è quindi un diritto umano fondamentale e gli Stati ne devono garantire l’esercizio.

Il servizio militare obbligatorio può essere ripristinato dal governo? 

Sì. La legge che regola la leva e il servizio militare è il Codice dell'ordinamento militare, ovvero il Decreto legislativo n. 66 del 15 marzo 2010, che al suo Libro VIII, Titolo I, articolo 1929, comma 2 recita: “Il servizio di leva è ripristinato con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri se il personale volontario in servizio è insufficiente e non è possibile colmare le vacanze di organico, in funzione delle predisposizioni di mobilitazione, mediante il richiamo in servizio di personale militare volontario cessato dal servizio da non più di cinque anni”. 
Cioè se mancano uomini all’esercito, in due specifici casi il governo, con l’avallo del Presidente della Repubblica, può ripristinare il servizio militare obbligatorio: 
a) se è deliberato lo stato di guerra ai sensi dell'articolo 78 della Costituzione; 
b) se una grave crisi internazionale nella quale l'Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate. 
Per fare un esempio concreto: se il governo decidesse che la mobilitazione della NATO in difesa dell’Ucraina oppure a sostegno dell’intervento USA contro l’Iran - per stare ai due casi più recenti in cui è stato chiesto il sostegno diretto da un alleato - “giustifica” un aumento consistente degli effettivi necessari all’esercito, il governo potrebbe reintrodurre la leva obbligatoria. 

Chi può essere richiamato?  

Al momento, secondo il Codice militare sono richiamabili tutte le persone iscritte nelle liste di leva, ovvero tutti i maschi dai 17 ai 45 anni d’età ad esclusione di una serie di casi di impedimento (ad esempio di salute). Di fatto, con la leva obbligatoria, sarebbe il Ministero della Difesa e i suoi Consigli di leva per l’arruolamento a selezionare e distribuire i giovani nei diversi settori dell’esercito.

Cosa sono le liste di leva e perché ci sono? 

Pur essendo stato sospeso il servizio di leva, in capo ai Comuni è rimasto, come stabilito dal Codice di Ordinamento Militare, l’obbligo di redigere le liste di leva con l’inserimento dei giovani maschi 17enni residenti nel Comune e l’esclusione progressiva dei 45enni (o di chi non risulti più residente).
I Comuni, con avvisi pubblici, comunicano all’inizio dell’anno l’avvio della procedura di inserimento nelle liste di leva della “classe d’età” corrispondente e aggiornano le liste con eventuali variazioni riguardanti le persone già iscritte. Questo tipo di procedura serve al Ministero della Difesa per conoscere i “potenziali soldati” per la Difesa della Patria in caso di guerra.
Oggi, grazie alla proposta del sindaco di Capaci Pietro Puccio e al sostegno della campagna R1PUD1A, oltre un centinaio di Comuni hanno riaperto la possibilità di inviare le dichiarazioni di obiezione di coscienza al servizio militare da parte dei cittadini.
Si tratta di un atto politico che vuole promuovere la discussione sulla necessità dell’obiezione di coscienza e che ha portato diversi Comuni a dare vita a registri di obiezione di coscienza alla guerra aperti a tutti i cittadini e le cittadine.
Si possono conoscere i Comuni aderenti e le loro modalità a questo link https://ripudia.it/questo-comune-obietta-la-guerra

Cosa succede se l’Italia entra in guerra? 

Ci sono due modi in cui l’Italia può entrare in guerra. Il primo, secondo l’articolo 78 della Costituzione, è quello della Dichiarazione di stato di Guerra: "Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”. Al voto del Parlamento segue la dichiarazione ufficiale dello Stato di guerra da parte del Presidente della Repubblica secondo l’articolo 87 della Costituzione. Con questo atto entra in vigore la legislazione eccezionale prevista per il tempo di guerra con poteri straordinari per l’Esecutivo, applicazione del diritto penale militare in materia di difesa della nazione, disposizioni speciali riguardanti l'attivazione di misure di requisizione, mobilitazione civile e militare e restrizioni connesse alle esigenze di difesa nazionale. Si potrebbe riattivare la leva militare obbligatoria e, a seconda della valutazione della gravità degli eventi, lo stato marziale. Nella storia repubblicana, gli articoli relativi allo stato di guerra formale non sono mai stati attivati, pur avendo preso parte a missioni o conflitti internazionali inquadrati diversamente dal punto di vista giuridico. 
Dal 2000 con la sospensione della leva obbligatoria, il passaggio a un esercito professionale e con l’avvio del riordino del Codice dell’ordinamento militare, è stata introdotto il concetto di dichiarazione da parte del governo di una “grave crisi internazionale” per giustificare l'impiego straordinario delle Forze armate o il richiamo di personale o il ritorno del servizio di leva obbligatorio senza dover dichiarare formalmente lo "stato di guerra" previsto dall’articolo 78 e per equiparare concretamente le emergenze e le missioni internazionali a uno stato di guerra. 
Dal dopoguerra in poi, l'Italia ha gestito i conflitti (dalla crisi del Golfo alle missioni nei Balcani e in Afghanistan) tramite decreti di finanziamento e autorizzazione delle missioni internazionali da parte del Parlamento, senza mai dichiarare né lo stato di guerra formale né una formale "grave crisi”. E anche dopo il 2000 nessuna dichiarazione di grave crisi internazionale è stata avanzata. Ricordiamo che l’Articolo 11 della Costituzione prevede il ripudio della guerra e della risoluzione dei conflitti per via armata e che la sola Difesa prevista dalla Costituzione, come sacro obbligo di tutti i cittadini, è quella della Patria.

I giovani italiani verrebbero chiamati al servizio militare in caso di dichiarazione di guerra o di grave crisi internazionale? 

Non è automatico. Dal 2000 il nostro esercito è formato da professionisti e sarebbero loro i responsabili della Difesa. L’eventuale ritorno della coscrizione dipenderebbe dalle richieste dell’esercito e dalle valutazioni del Consiglio supremo di Difesa e quindi, in ultima istanza, del governo e del Presidente della Repubblica. L’eventuale chiamata alle armi per i giovani in caso di guerra o grave crisi internazionale dipende però anche dalle richieste eventuali avanzate dalle Alleanze militari a cui partecipiamo (ad esempio, la NATO ci chiede di aumentare armamenti e effettivi delle forze armate). 
Attualmente il ministero della Difesa ha promosso una riforma delle forze armate con diversi scenari di aumento degli effettivi, in controtendenza rispetto alla diminuzione progressiva del numero di impiegati nella Difesa nei primi 25 anni del nuovo secolo, e ha annunciato una ridefinizione anche della capacità di mobilitazione delle forze armate attraverso tre diverse “riserve” dedicate ad ex militari in congedo, a specifico personale tecnico e a giovani non laureati sui territori.

E se l’Italia venisse attaccata? 

L’Italia organizza la propria capacità di Difesa a partire dall’articolo 52 della Costituzione che recita: "La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l'esercizio dei diritti politici. L'ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”. Con una lunga lotta le associazioni pacifiste sono riuscite dagli anni ‘70 a far riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, diventato legale nel 1972 e completamente equiparato al servizio militare dal 1998: in sintesi si può adempiere al proprio dovere di difesa della patria sia da militari che da civili (disarmati e nonviolenti).
Dal 2000 la trasformazione delle forze armate in corpi di professionisti ha portato la sospensione del servizio militare sia in forma volontaria che obbligatoria. E ha portato alla nascita del servizio civile universale.
Quindi, se l’Italia venisse attaccata, oltre alle considerazioni politiche ed all’eventuale votazione dello stato di guerra da parte delle Camere e alla successiva dichiarazione di guerra del Presidente della Repubblica, sarebbe chiamato l’esercito di professionisti a intervenire per primo nella difesa della patria. Sarebbero altresì lasciate alla disponibilità dei poteri straordinari del governo in caso di guerra la valutazione se e come richiamare ulteriori uomini nelle forze armate e se attivare la difesa civile e nonviolenta che viene riconosciuta come strumento di difesa.
Nel contesto attuale di alleanze militari e scenari di guerra in corso, la maggioranza degli osservatori ritiene altamente improbabile un attacco diretto all’Italia, piuttosto il rischio sarebbe rappresentato dagli strumenti sempre più diffusi di minaccia e attacco ibrido, attraverso sabotaggi, attacchi alle infrastrutture da remoto, azioni di disturbo anche violento alla sicurezza di un Paese. In questi scenari, comunque la possibilità di escalation derivante dai meccanismi di mutuo aiuto presenti sia nella NATO, sia nell’Unione europea comporta che dovremmo considerarci attaccati anche in caso di attacco a uno dei nostri alleati. E qui la probabilità di una guerra in Europa diventa più prossima. E la complessità e quantità di attori in campo arriva a rendere possibile anche le più terribili previsioni di una escalation che possa arrivare a una guerra nucleare. Il dipartimento di Scienza e sicurezza globale della Università di Princeton, una delle più rinomate al mondo, propone una simulazione di un conflitto nucleare tra Usa e Russia con epicentro l'Europa a partire da uno scenario di minaccia e risposta delle potenze nucleari che porti all’esplosione di un conflitto con 90 milioni di morti e la distruzione dell’Europa in poche ore. La simulazione è disponibile a questo link: https://sgs.princeton.edu/the-lab/plan

Difendere la Patria è un dovere costituzionale, si può fare senza le armi? 

Sì. La nostra Costituzione all’articolo 52 dice che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” e la storia repubblicana ci ha insegnato che la difesa non coincide più necessariamente solo con l’uso delle armi. La Corte Costituzionale ha sancito “la piena equiparazione tra servizio civile e servizio militare, riconoscendoli entrambi come forme di adempimento del dovere di difesa della Patria”, con sentenze storiche (le ultime due la 470/1989 e la 228/2004). Al contempo, l’Articolo 52 della Costituzione recita ancora: “Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l'esercizio dei diritti politici”, rimandando quindi alle leggi dello Stato di disciplinare la specificità del servizio militare. E ancora: “L'ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”. Questo passaggio è fondamentale per comprendere come i militari siano sottoposti alla Costituzione e all’Articolo 11 della Costituzione, tra i principi fondamentali della Carta a cui si conforma non solo la disciplina della nostra politica estera, ma anche la subordinazione della Difesa ai valori del diritto internazionale e della ricerca della pace. 
Recentemente una proposta di legge di iniziativa popolare intitolata “Un’altra difesa è possibile” promossa dalla Conferenza nazionale enti di servizio civile, Sbilanciamoci e Rete Italiana Pace e disarmo ha promosso la costituzione di un dipartimento della difesa civile nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Un progetto simile era stato presentato con successo nel 2015 dalle stesse organizzazioni, poi è rimasto incompiuto in Parlamento.

Una difesa civile e nonviolenta sarà sempre meno efficace di una difesa con le armi?

Falso. Esistono pochi studi sulla difesa civile e nonviolenta ma dimostrano in maniera chiara come si svolgono e come possono avere successo. In particolare, la politologa Erica Chenoweth di Harvard insieme alla collega Maria Stephan hanno documentato nel libro "Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict” (uscito in Italia nel 2023 da Sonda editore col titolo: "Come risolvere i conflitti. Senza armi e senza odio con la resistenza civile”) oltre 300 campagne di resistenza civile e di lotte armate tra il 1900 e il 2006 arrivando alla conclusione che nel 53% dei casi la nonviolenza ha avuto successo contro il 26% (circa la metà) delle resistenze armate. Le rivolte nonviolente, infatti, riescono a mobilitare un numero molto superiore di partecipanti, perché coinvolgono tutti e tutte e abbassano le barriere di accettazione e di rischio per la popolazione. Secondo Chenoweth nessun movimento nonviolento che sia riuscito a mobilitare stabilmente almeno il 3,5% della popolazione attiva ha poi fallito nel raggiungere i propri obiettivi.

Se tutti si dichiarassero obiettori di coscienza, come difenderemmo il Paese in caso di attacco? 

Se tutti i cittadini si dichiarassero obiettori di coscienza alla guerra la Difesa del Paese dovrebbe organizzarsi in maniera non armata. Prima di tutto attraverso la prevenzione dei conflitti, la mediazione, la coesione sociale e la cooperazione internazionale. Poi in caso estremo di attacco diretto al Paese attraverso la resistenza civile non-violenta cioè attraverso il rifiuto a collaborare col nemico, il sabotaggio, lo sciopero, la disobbedienza. E così via. Recentemente la Conferenza Nazionale per il Servizio Civile, Rete Pace e Disarmo e Sbilanciamoci hanno riproposto una legge di iniziativa popolare per strutturare un modello di difesa civile in Italia (puoi vedere il sito: https://www.difesacivilenonviolenta.org/). E la Corte Costituzionale già dal 1985 riconosce che il dovere di difesa della Patria sancito dall’Articolo 52 della Costituzione può essere adempiuto anche con strumenti civili alternativi a quelli militari. In ogni caso, con la Legge n. 226 del 23 agosto 2004 l’Italia ha sospeso il servizio di leva obbligatorio e ha scelto un modello di forza armata interamente professionale. Quindi, la Difesa della Patria è diventata da un punto di vista militare un compito di professionisti di carriera.

Esistono Stati che si difendono con la difesa civile nonviolenta o senza eserciti?

Attualmente ci sono 21 Stati nel mondo che non dispongono di un esercito o di forze armate proprie; alcuni come l'Islanda o diverse isole del Pacifico (Micronesia, Palau, Isole Marshall) non hanno un proprio esercito ma godono di accordi di protezione militare con alleati, mentre altri Stati come Haiti, Panama o Costa Rica non hanno un esercito. L’esempio più noto è il Costa Rica che ha abolito l’esercito per via Costituzionale nel 1948 ed è il Paese più stabile e con meno violenza del Centro America. Per sapere di più c’è un libro di Riccardo Bottazzo uscito per AltrEconomia intitolato: “Disarmati. Paesi senza esercito e altre strategie di pace” LINK https://altreconomia.it/prodotto/disarmati/ 

Un lavoratore di un’azienda che fornisce il settore militare può essere un obiettore di coscienza?

L’obiezione di coscienza è un diritto umano fondamentale e può riguardare chiunque. In linea teorica anche un militare potrebbe maturare una convinzione etica, morale o spirituale che lo porti a dichiararsi obiettore e in molti Paesi è prevista e normata questa possibilità. Allo stesso modo un lavoratore di un’azienda che opera direttamente per la Difesa nazionale potrebbe dichiarare la propria obiezione di coscienza alla guerra (l’Italia non è in guerra e lavorare per la Difesa del Paese non significa lavorare per la guerra). Di sicuro il diritto all’obiezione di coscienza alla guerra deve riguardare qualsiasi lavoratore o lavoratrice di un settore non militare che si trovi a dover svolgere compiti che possano essere affini, collegati o destinati a uno scenario bellico. Sarebbe un suo diritto conoscere questa connessione e potersi rifiutare, rendendosi disponibile ad altro compito. È da tenere presente che in mancanza di una disciplina applicativa dell'obiezione di coscienza alla guerra nei rapporti di lavoro, l'esercizio del diritto all'obiezione di coscienza può esporre il lavoratore a sanzioni da parte delle aziende. La nostra proposta di legge di iniziativa popolare punta proprio a consentire l'esercizio di tale diritto.

Chi sostiene la legge per l’obiezione di coscienza alla guerra è contro le Forze Armate?

No. Gli obiettori di coscienza alla guerra sono persone che rifiutano l’uso delle armi e della violenza. Scelgono e praticano la difesa civile e nonviolenta, strumento di Difesa della Patria riconosciuto da più sentenze della Corte Costituzionale. Inoltre, ricordiamo che con la Legge 331 del 14 novembre 2000 lo Stato italiano ha scelto di istituire un esercito di professionisti definendo così il ruolo delle Forze armate: "Le Forze armate sono al servizio della Repubblica. L'ordinamento e l'attività delle Forze armate sono conformi agli articoli 11 e 52 della Costituzione e alla legge. Compito prioritario delle Forze armate è la difesa dello Stato. Le Forze armate hanno altresì il compito di operare al fine della realizzazione della pace e della sicurezza, in conformità alle regole del diritto internazionale ed alle determinazioni delle organizzazioni internazionali delle quali l'Italia fa parte. Le Forze armate concorrono alla salvaguardia delle libere istituzioni e svolgono compiti specifici in circostanze di pubblica calamità e in altri casi di straordinaria necessità ed urgenza. Le Forze armate sono organizzate su base obbligatoria e su base professionale secondo quanto previsto dalla legge.”

Cosa cambierebbe in concreto se l’obiezione di coscienza alla guerra venisse approvata?

Per prima cosa si stabilirebbe un diritto, quello di rifiutarsi di partecipare a qualsiasi attività collegata o funzionale alla guerra all’interno del proprio lavoro, così come di rifiutare la chiamata al servizio militare optando per un servizio alternativo civile.  

Chi potrebbe rifiutarsi? Gli esempi sono molteplici: un lavoratore della logistica che si rifiuta di movimentare un carico di armi (o di parti di armi) destinate a un Paese coinvolto in un conflitto; un ricercatore del settore pubblico o privato che non vuole mettere a disposizione la propria ricerca ad aziende del settore degli armamenti o a favore di imprese di Paesi coinvolti in conflitti.  

In secondo luogo, si stabilisce preventivamente il diritto per i cittadini e le cittadine italiane di dichiararsi obiettori alla guerra, rifiutando l’uso delle armi e della violenza nella risoluzione dei conflitti, costituendo così una prima base per la difesa civile nonviolenta, alternativa alla difesa armata e militare.  

Coloro che si dichiarano obiettori alla guerra, infatti, potrebbero partecipare identicamente alla difesa della Patria, come previsto dall’Articolo 52 della Costituzione, contribuendo con la propria attività civile, nonviolenta e disarmata. La Corte costituzionale in più pronunciamenti ha riconosciuto, infatti, la piena equiparazione come difensori della patria di soldati e obiettori di coscienza al servizio militare.

Cosa è una legge d’iniziativa popolare? 

La proposta di legge di iniziativa popolare è uno strumento di democrazia diretta previsto dall'articolo 71 della Costituzione italiana e permette a un gruppo di almeno 50.000 cittadini elettori di presentare un progetto di Legge redatto in articoli che venga discusso e votato in Parlamento. È quindi prima di tutto la proposta di una tema e un argomento degni di una regolamentazione secondo una parte della cittadinanza, che chiede al Parlamento di dibatterne e valutarne la trasformazione in legge dello Stato.  

Il progetto di Legge, redatto in articoli e accompagnato da una relazione, viene depositato da un comitato promotore presso la Corte di cassazione e annunciato in gazzetta Ufficiale, dopodiché cominciano i sei mesi per raccogliere almeno 50.000 firme di sostegno di cittadini elettori. Le firme devono essere autenticate e possono essere comunicate anche in forma elettronica. Raggiunte le 50.000 firme, la proposta viene depositata presso la Corte di Cassazione e poi presentata al Presidente di una delle due Camere (Camera o Senato) che hanno procedure differenti di assegnazione alle commissioni competenti per la discussione (nel caso del Senato, c’è l’obbligo di presentazione alle commissioni).  

Una legge di iniziativa popolare ancora in discussione al Senato chiede di trasformare in referendum propositivo quella legge di iniziativa popolare che abbia raccolto almeno 500.000 firme e che non sia stata approvata o bocciata entro 18 mesi dalla presentazione. 

Perché abbiamo scelto questo strumento? 

La legge di iniziativa popolare è lo strumento principe previsto dalla Costituzione per le proposte della società civile. Toccherà al Parlamento discuterne nella sua autonomia e competenza. Crediamo che, rispetto alle petizioni, l’iniziativa di legge segnali una motivazione più forte e una capacità di proposta più organizzata da parte della società civile.  

Sarà nostra premura e di tutte le associazioni, realtà ed enti locali che sostengono la nostra iniziativa fare in modo che il Parlamento ne discuta e che i parlamentari ne siano esaustivamente informati.  

La nostra iniziativa, in ogni caso, continuerà il suo percorso e cercherà le strade adatte per proporsi a ogni livello in Italia e in Europa, perché il diritto all’obiezione di coscienza è un diritto umano e non c’è nulla di più umano del desiderio di pace e del rifiuto dell’uso della violenza e delle armi come strumenti di risoluzione dei conflitti.

Nessuna legge di iniziativa popolare è mai stata approvata dal Parlamento? 

Falso. Anche se sono molto poche le iniziative di legge che vengono approvate. Quelle che arrivano al voto quasi sempre passano da dibattito e modifiche parlamentari, e spesso vengono accorpate ad altre norme sulla stessa materia. Si segnalano casi importanti di iniziative popolari di successo, come la disciplina dell’affidamento e dell’adozione di minori, l’innalzamento del diritto-dovere all’istruzione a 16 anni oppure l’introduzione dell’educazione civica in ambito scolastico e il riconoscimento costituzionale delle isole nella scorsa legislatura. Così come rimangono in discussione da tempo proposte di fondamentale rilievo come la proposta sul diritto al fine vita, quella sulla cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori residenti da almeno un anno. È ancora in discussione la proposta di riforma proprio dell’articolo 71 della Costituzione per sottoporre a referendum una proposta di legge di iniziativa popolare supportata da almeno 500 mila elettori, se il Parlamento non l’avesse approvata entro 18 mesi dalla sua presentazione.  

Perché l’obiezione di coscienza alla guerra completa l’Articolo 11 della Costituzione? 

Ripudiando l’uso della guerra e della violenza come strumento di risoluzione dei conflitti la Costituzione affida ai cittadini e alle istituzioni la ricerca di strumenti nonviolenti di risoluzione dei conflitti attraverso il diritto internazionale, la diplomazia, la dissuasione e qualsiasi pratica scongiuri l’uso della forza nelle relazioni internazionali. L’obiezione di coscienza alla guerra si candida come uno di questi strumenti invitando i cittadini a dichiararsi obiettori alla violenza e a ricercare forme nonviolente di risoluzione dei conflitti. In questo senso gli obiettori di coscienza alla guerra rappresentano la base per la difesa civile e nonviolenta del Paese e per l'allargamento dei “corpi civili di pace”, previsti in Italia in via sperimentale dalla legge n. 147 del 2013, destinati ad azioni di pace non armate e nonviolente in aree di conflitto o a rischio di conflitto o nelle aree di emergenza ambientale.

Come sostenere questa proposta di legge? 

Firmandola e facendola conoscere alle persone vicine: parlandone, condividendola, invitando a visitare il sito e sostenerla. Crediamo sia vitale in questo momento confrontarsi e provare a sensibilizzare quella parte dell’opinione pubblica profondamente contraria alla guerra, da sempre maggioritaria in Italia, che ha bisogno di uno stimolo alla partecipazione e alla presenza.  

Coinvolgendo i propri Comuni, che saranno protagonisti di questo nuovo diritto, invitandoli a sostenere la proposta o in ogni caso a rendere pubblica la possibilità di firmare l’iniziativa di legge attraverso i moduli per gli enti locali.  

Unendosi ai gruppi territoriali di EMERGENCY o entrando a far parte della Community di sostenitori della campagna R1PUD1A, dove è possibile essere coinvolti in altre forme di impegno e partecipazione.  

Per ulteriori informazioni visita il sito ripudia.it

La proposta di legge di iniziativa popolare decade se termina la legislatura?

No. Una volta presentata al Parlamento, la proposta rimane agli atti della Commissione di Camera o Senato a cui viene affidata e non deve essere ripresentata nella legislatura successiva dove riprenderà il suo iter secondo i regolamenti parlamentari.

Firma sul portale del Ministero della Giustizia

"io obietto la guerra", perché nessuno venga coinvolto contro la sua volontà nel causare sofferenza ad altri esseri umani.

Bastano due minuti per firmare e sostenere l’iniziativa insieme ad altre migliaia di persone.

10.718 firme raccolte su 50.000

Aggiornato al 06/10/2026 17:25

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