Hamza Abdallah Nabhan studiava medicina a Gaza. Poi, la guerra di Israele contro la Striscia lo ha promosso medico sul campo. È uno degli studenti giunto in Italia con le borse di studio della conferenza dei rettori, uno degli ultimi. Ha dovuto aspettare nove mesi il permesso di uscire da Gaza. Prima di partire raccontava così la sua vita quotidiana: “Spacco la legna per preparare il tè e la colazione. Poi vado in un piccolo negozio a caricare il telefono perché qui nella tenda non abbiamo elettricità. Dopodiché, riempio le nostre taniche d’acqua e aspetto in fila per circa un’ora e mezza. Mi prendo anche cura di un piccolo orto che ho creato davanti alla mia tenda dove pianto aglio, fagioli, ravanelli, menta, rucola, basilico e vite. Questo giardino mi dà un po’ di pace e conforto, soprattutto perché quasi tutte le piante di Gaza sono state distrutte”.
Di Gaza vediamo solo macerie, grigio, polvere, tende. Nessun albero. Nessuna vita naturale. L’effetto per il nostro immaginario è più vicino ai film sull’apocalisse che a qualsiasi realtà. Non a caso per Gaza è stato usato il termine “urbicidio” (uccisione di una città) coniato da un gruppo di architetti e intellettuali dell'ex Jugoslavia per descrivere nei primi anni ’90 la distruzione sistematica, durante le cosiddette “guerre balcaniche”, di biblioteche, ponti, moschee, chiese per sradicare l'identità del “nemico”.
Alle uccisioni indiscriminate di civili, colpiti in quanto abitanti di Gaza, si somma quindi la distruzione completa della città e dell’identità di un popolo. Ma non basta ancora. Perché qui è evidente anche come si possa arrivare a parlare anche di ecocidio. La definizione viene offerta dalla Fondazione Stop Ecocidio, una ONG che dal 2021 sta cercando di far diventare l’ecocidio il quinto crimine internazionale da includere nello Statuto di Roma insieme al genocidio, ai crimini contro l’umanità, ai crimini di guerra e ai crimini di aggressione.
Secondo la definizione presentata dalla Fondazione alla Corte penale internazionale (CPI), “per ecocidio si intendono atti illeciti o arbitrari commessi con la consapevolezza che vi è una probabilità sostanziale di danni gravi e diffusi o a lungo termine all’ambiente causati da tali atti”. La prima volta che si parlò di ecocidio fu per la guerra in Vietnam a causa dell’uso dell’agente arancio, il potente erbicida che in concentrazione elevata può eliminare la vegetazione (e tutto ciò che la abita) per impedire ai nemici di nascondersi.
Oggi foreste distrutte, corsi d’acqua inquinati o deviati, armi chimiche o nucleari sono tutti esempi della necessità di riconoscere l’ecocidio nel diritto penale internazionale per porre i crimini commessi contro l’ambiente allo stesso livello dei crimini contro l’umanità, dei crimini di guerra e del genocidio. Significherebbe un profondo cambiamento: la uccisione delle biodiversità, la distruzione della natura, la perdita del paesaggio hanno effetti non sempre evidenti nell’immediato che causano morti, ferite ed esodi forzati.
Quello che possiamo fare per ora è misurare l’impatto delle attività militari sulle emissioni. Per la guerra in Ucraina esistono diverse stime, una delle ultime presentata all’Università di Udine da uno dei massimi esperti di contabilità del carbonio, l’olandese Lennard De Klerk, fissa a 311 milioni di tonnellate di gas serra l’impatto di quattro anni di guerra: come l’impronta ecologica della Francia. “Il 37% delle emissioni del conflitto è direttamente connessa ad armi e munizioni, ma nel computo entrano anche incendi, le rotte più lunghe dovute alle deviazioni dei voli civili e i gas serra per la futura ricostruzione, l’80% emessi per produrre cemento e acciaio”.
Le guerre sembrano non avere più limiti nei loro obiettivi: né umanitari, né ecologici. La distruzione della natura al pari di quella delle infrastrutture è un’arma di guerra. Lo è anche l’inquinamento volontario. Si pensi alla nefasta minaccia più volte avanzata (anche negli scorsi giorni) di colpire una centrale nucleare con le conseguenze che ne potrebbero derivare.
Recentemente uno studio intitolato “Dai conflitti alla crisi climatica: come le guerre plasmano l'ambiente del futuro”, realizzato da tre studiosi britannici dell’Università di Warwick e di UCL Londra, ha confrontato e sintetizzato i dati provenienti da 263 studi e 36 rapporti pubblicati tra il 2014 e il 2025 sull’impatto ambientale delle attività militari stabilendo un punto fisso.
“Le operazioni militari contribuiscono per circa il 5,5% alle emissioni globali totali di gas serra, un'impronta di carbonio che, se considerata come nazione, renderebbe gli eserciti mondiali collettivamente il quarto maggiore emettitore” subito prima della Russia e dopo l’India. I parametri presi in considerazione nello studio sono in realtà molteplici: emissioni di gas serra (GHG), condizionamento di sistemi idrici e terreni agricoli, attentato alla sicurezza alimentare e compromissione di ecosistemi naturali. E l’impatto militare è sempre una delle principali cause del peggioramento globale delle condizioni ambientali.
Il dato però, dicono gli stessi ricercatori, è fortemente sottostimato a causa delle “ingenti emissioni occulte, che vanno dalla mobilitazione e dalla produzione di armi nella fase pre-conflitto, al combattimento attivo, alle catene di approvvigionamento, allo sfollamento dei rifugiati e alla ricostruzione post-conflitto. Questi processi generano effetti cumulativi che esacerbano il cambiamento climatico, degradano i sistemi idrici e del suolo, sconvolgono gli ecosistemi e compromettono la sicurezza alimentare. Sono così significativi questi impatti, non calcolati essenzialmente per la segretezza che comporta l’attività militare, da “minare gli sforzi globali per raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi”.
Ovviamente ci vorrebbero contabilità trasparenti e una rendicontazione obbligatoria delle emissioni militari, standardizzata e trasparente. Cosa praticamente impossibile per i militari. Eppure “integrare la responsabilità militare nella politica climatica globale è sia fattibile che essenziale per salvaguardare il futuro del pianeta; senza di essa, qualsiasi visione di un futuro climatico sostenibile e pacifico rimane incompleta”.
L’ONG britannica “Scientists for Global Responsibility” ha provato a misurare, ad esempio, l’impatto degli attacchi in Iran di USA e Israele e la risposta iraniana. Ma quando la guerra scoppia è troppo tardi. Bisognerebbe intervenire prima e colmare la distanza tra quanto sappiamo e quanto dovremmo sapere: “i dati sulle emissioni militari di gas serra sono molto scarsi. Le relazioni nazionali sulle emissioni dirette di gas serra delle forze armate sono piene di esenzioni e incongruenze. La rendicontazione nazionale delle emissioni militari indirette di gas serra è quasi inesistente. Si ritiene che le forze armate rendano conto di meno del 10% della loro impronta di carbonio militare e non esistono dati sulle emissioni di gas serra relative agli impatti della guerra”.
I bilanci militari dei Paesi membri dell'Alleanza atlantica producono circa 233 milioni di tonnellate di gas serra all’anno: come il Qatar, uno dei principali Paesi petroliferi. E la spesa militare in aumento non solo produce ancora più emissioni ma toglie risorse alla lotta per la giustizia climatica. Un doppio danno. Per avere una misura, SGR misura l’impatto dl riarmo così: “Per ogni aumento della spesa militare di 100 miliardi di dollari, le emissioni di carbonio aumentano di 32 milioni di tonnellate e per ogni riduzione della spesa militare di 100 miliardi di dollari, le emissioni di carbonio diminuiscono di 43 milioni di tonnellate”.
La NATO, ad esempio, sta studiando come il cambiamento climatico cambia le guerre, ma sembra meno interessata a come le operazioni militari (addestramenti inclusi) cambiano il clima. Detto con le parole del documento strategico ufficiale: la NATO riconosce ufficialmente il cambiamento climatico come un “moltiplicatore di minacce” che incide profondamente sulla sicurezza globale e degli Alleati. Ma non gli dichiara guerra, anzi prepara la propria versione dell’adattamento sia per ridurre la propria dipendenza e fragilità dalle condizioni climatiche sia per usarla contro il nemico. Praticamente cerca di trasformarla in un’arma di guerra.
Fonti
Radio Popolare - Corridoi chiusi per i borsisti da Gaza
https://www.radiopopolare.it/corridoi-chiusi-per-i-borsisti-da-gaza-le-vite-sospese-di-sama-ibrahim…
Il Tascabile Treccani - la definizione di ecocidio
https://www.iltascabile.com/scienze/ecocidio-crimine/
Fondazione - Stop Ecocidio
TGRegione - Le conseguenze delle guerre sull'ambiente: il caso dell'Ucraina
https://www.rainews.it/tgr/fvg/articoli/2026/03/le-conseguenze-delle-guerre-sullambiente-il-caso-de…
Science Direct - Dai conflitti alla crisi climatica: come le guerre plasmano l'ambiente del futuro
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0301479726011527
SGR - Devastation and pollution: impacts of the Iran war on present and future life
https://www.sgr.org.uk/resources/devastation-and-pollution-impacts-iran-war-present-and-future-life
SGR - The global surge in military spending and military carbon emissions
https://www.sgr.org.uk/resources/global-surge-military-spending-and-military-carbon-emissions
Nature - La NATO sta potenziando la ricerca sull'intelligenza artificiale e sul clima, mentre la diplomazia scientifica rimane in una fase di stallo.
https://www.nature.com/articles/d41586-024-01052-1#:~:text=Why%20is%20NATO%20interested%20in,increa…
Nato - Environment, climate change and security
https://www.nato.int/en/what-we-do/wider-activities/environment-climate-change-and-security




