La guerra è cambiata negli ultimi anni ed è diventata sempre più pervasiva. Lo abbiamo visto negli ultimi giorni, quando gli Stati Uniti hanno utilizzato per la prima volta imbarcazioni esplosive telecomandate per colpire una base navale iraniana, mentre l’esercito ucraino conduceva uno dei primi sbarchi completamente robotizzati e guidati da remoto.
L’innovazione tecnologica però, non rende la guerra più neutra: risparmia le vite di chi va all’attacco, ma penetra sempre più nel profondo della vita civile, cancella la presenza di retrovie, attacca infrastrutture e centri urbani coinvolgendo la vita civile in una continua rappresaglia.
Il cambiamento è avvenuto nella guerra russo-ucraina, dove l’esercito di Kiev ha imparato sulla sua pelle le nuove condizioni della guerra e le ha trasformate in controffensiva. Oggi l’Ucraina attacca in territorio russo dove due anni fa era impensabile: colpendo strade, porti, raffinerie, arrivando ad alzare colonne di fumo nero su San Pietroburgo, a 1.300 chilometri da Kiev.
Siamo entrati in un campo senza precedenti. In Russia viene annunciata la formazione, entro il 2030, di un milione di piloti e tecnici per i robot, con l’obiettivo di inserirne 600mila nei ranghi militari. In Ucraina, Zelensky dichiara di riuscire a produrre 10 milioni di droni all’anno, mentre l’esercito dichiara di usare già l’Intelligenza artificiale per identificare l’obiettivo indicato e colpire autonomamente. Non c’è bisogno nemmeno di un pilota. Il dato più che militare diventa etico: possiamo tollerare che siano computer e macchine a decidere della vita di una persona?
L’industria militare ne può solo gioire. Le start-up tecnologiche e la facilità con cui si possono produrre droni e sistemi di guida autonoma non spaventano i colossi della difesa, che continueranno a dominare i ricavi del settore anche nel prossimo decennio. Lo spiega il Financial Times: “la maggior parte della spesa rimarrà nelle mani degli operatori tradizionali che realizzano piattaforme importanti e sistemi complessi”.
In Europa si prevede che il mercato delle attrezzature per la difesa raddoppierà, passando da circa 150 miliardi di euro nel 2024 a 380 miliardi di euro entro il 2035. La grande novità delle armi a guida autonoma moltiplica gli affari, inserendo nuovi attori (produttori di piccoli motori e sistemi radiocomandati), ma confermando anche la necessità di sistemi e piattaforme più complesse per gestire il tutto. Un conto è fare alzare in volo un drone armato, un altro è coordinarne migliaia al giorno come già fanno ucraini, russi, iraniani e sudanesi.
Il primo risultato di questa “trasformazione strutturale della guerra” è già evidente: la fine del diritto umanitario e il coinvolgimento a tutti i livelli dei civili. La guerra torna alla sua originale violenza indiscriminata e tutte le regole per mitigarla, i trattati, la distinzione tra aree di combattimento e non, il rispetto delle infrastrutture dei civili e così via sono completamente saltate. Stiamo tornando all’anno zero. E come sempre c’è un luogo più lontano dai riflettori, dove gli interessi si fanno più brutali e la vita della popolazione “vale meno” nella scala del cinismo geopolitico in cui si cimentano ormai quasi tutti i governi.
Parliamo ancora una volta del Sudan, dove i droni hanno riacceso la guerra civile che sembrava ormai in stallo tra l’Esercito governativo e le Forze di Supporto Rapido (RSF), dopo tre anni di ripresa dei combattimenti che hanno causato la peggiore crisi umanitaria al mondo: oltre 15 milioni di sfollati e più di 30 milioni di persone che dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere.
Proprio nel momento in cui era evidente che nessuno dei due contendenti potesse prevalere e mentre la diplomazia tornava a cercare di mettere al tavolo le parti, secondo l'Africa Defense Forum (ADF) – la rivista pubblicata dal Comando Africa dell’esercito degli Stati Uniti (AFRICOM) – entrambe le parti hanno spostato “le proprie tattiche verso le armi aeree, abbandonando le forze di terra, che sono giunte sostanzialmente a una situazione di stallo”.
I droni hanno offerto la possibilità a entrambi i contendenti di colpire nelle retrovie, tornare ad attaccare (contemporaneamente in più luoghi), per rendere ancora più difficile e caotica la risposta del nemico. Una strategia raccontata in maniera drammatica e inequivocabile da diversi media (qui vi proponiamo Afriche, CNN e Arab News).
I droni accendono la guerra ovunque, sono facilmente acquistabili e utilizzabili, rappresentano una occasione per l’industria di allargare i propri profitti e per nuovi attori statali e non di armarsi facilmente in maniera efficace e letale. Oggi è il Sudan, domani chi?
Fonti
Giornale d’Italia - Droni, missili e industrie militari: come la nuova guerra ridisegna eserciti, produzioni e scelte strategiche
Financial Times - Nonostante il boom dei droni, i colossi della difesa manterranno la loro posizione dominante sul mercato delle armi
https://www.ft.com/content/c845a763-a0fa-45da-b03b-de1aa76258fa?syn-25a6b1a6=1
Africa Rivista - Sudan, la guerra che conviene a troppi
https://www.africarivista.it/sudan-la-guerra-che-conviene-a-troppi/317596/
CNN - “Non ci si può nascondere da un attacco di droni": il terrore che si abbatte dal cielo in Sudan
https://edition.cnn.com/2026/07/20/africa/drone-strikes-el-obeid-sudan-intl
Arab News - Perché crescono i timori che El-Obeid, in Sudan, possa diventare il prossimo El-Fasher
https://www.arabnews.jp/en/middle-east/article_174348/
Amnesty - Sudan: Nuove indagini rivelano la violazione dell'embargo sulle armi da parte di armi cinesi di ultima generazione fornite dagli Emirati Arabi Uniti
CSIS - The Sudan War in 10 Charts
https://www.csis.org/analysis/sudan-war-10-charts
ACLED - Can the RSF seize El Obeid?


