La vicenda che raccontiamo spiega chiaramente come viviamo in una zona grigia, dove il diritto diventa incerto, a disposizione del potere, come ha spiegato molto bene Andrea Lavazza su Avvenire.
Il caso è scoppiato a seguito delle inchieste della giornalista Linda Maggiori, collaboratrice di AltrEconomia e autrice del libro-dossier “La flotta del genocidio”, dove ha denunciato in maniera dettagliata le forniture di armi illegali a Israele passate dai porti civili italiani negli ultimi anni. Maggiori collabora con l’osservatorio sul traffico di armi nei porti europei e del Mediterraneo Weapon Watch e sta cercando di monitorare il commercio di armi nei porti civili, cercando, come spiega lei stessa, “di andare più all'origine possibile delle fonti, quindi chiedendo documenti ufficiali a tutte le varie istituzioni portuali, quindi Capitaneria di porto, dogane e autorità portuale”.
Siccome chiedendo ottiene poco, Maggiori procede con “accesso agli atti”, ovvero invocando la legge che garantisce che i documenti amministrativi siano resi pubblici su richiesta dei cittadini. E le Capitanerie di Porto forniscono i dati. “Però le Capitanerie di porto sanno quello che entra e che esce dai porti unicamente per quanto riguarda le merci pericolose, quindi, esplosivi, merci radioattive e così via - spiega Maggiori - e le armi non sono unicamente esplosivi, ma possono essere anche cannoni, mitragliatrici, droni oppure pezzi o componenti forgiati per fabbricarli o montarli”. Quindi chiede alle dogane.
“A gennaio 2026 avevo chiesto i dati relativi al 2025 delle armi in uscita dal porto di Ravenna, tutte le componenti di armi, quindi dati aggregati divisi per quadrimestre, chili, pezzi, euro, insomma, in qualsiasi modo mi volessero dare questi dati aggregati, fondamentalmente con la destinazione. Le dogane rifiutano la richiesta dicendo che questi dati avrebbero messo a rischio la sicurezza nazionale e allora ho fatto ricorso al Tar a giugno del 2026. Il Tar dell'Emilia-Romagna ci ha dato fondamentalmente ragione, anche se in modo parziale, perché dispone che i dati aggregati, cioè la quantità di armi che passano dal porto di Ravenna, debbano essere resi pubblici; invece, non ritiene la destinazione di questi carichi obbligatoria”.
In Italia, ricordiamo, esiste la Legge 185 del 1990, che disporrebbe il divieto all’invio di armi in Paesi in conflitto o sotto embargo (salvo diversa disposizione del governo all’interno dei criteri fissati dalla legge a partire dall’articolo 11 della Costituzione) e quindi conoscere la destinazione del Paese sarebbe fondamentale per capire se le armi o parti di esse raggiungano territori proibiti. Nel caso di Israele, in specifico, Maggiori ricorda come “le nuove autorizzazioni all’esportazione siano sospese dall'ottobre del 2023, anche se le esportazioni già autorizzate in precedenza sono continuate, così come i transiti”.
Ma torniamo a Ravenna. Le dogane si oppongono alla sentenza del Tar, quindi non consegnano nemmeno i dati aggregati sulle tipologie di traffico e ricorrono in appello al Consiglio di Stato. Il 7 agosto si è svolta la prima udienza che ha fissato per i primi di ottobre (quindi in tempi celeri per la Corte) un’altra udienza per decidere nel merito. Ma Maggiori e il suo avvocato Andrea Maestri hanno potuto prendere visione della memoria dell'Avvocatura dello Stato che difende le dogane per sostanziare la sospensiva dell’accesso agli atti.
E qui Linda Maggiori si trova di fronte a un’affermazione fatta a nome dello Stato estremamente inquietante: “Queste sono le parole dell’Avvocatura dello Stato: l’Italia è coinvolta in una guerra mondiale ibrida e a pezzi. E quindi il porto di Ravenna è uno snodo militare strategico. Ora il porto di Ravenna è un porto commerciale e civile, non ci sono basi militari vicine fondamentalmente; quindi, questa affermazione è estremamente preoccupante anche per le Istituzioni democratiche che ci rappresentano. Il Parlamento, la Regione Emilia-Romagna, il Comune di Ravenna [che è proprietario del porto, n.d.r.] sanno che il porto di Ravenna è un porto militare? I parlamentari sanno che siamo coinvolti in una guerra ibrida e mondiale?”.
Non solo: il porto di Ravenna avrebbe una “rilevanza militare” e una funzione strategica nel “dispositivo difensivo marittimo complessivo della Nazione”. In realtà i porti militari sono Taranto e La Spezia con gli arsenali e i comandi, e poi Ancona, Augusta (Siracusa), Brindisi, La Maddalena (Sassari), Gaeta (Napoli), dove c’è la flotta USA (che ha banchine anche a Napoli e Sigonella), Messina, Roma-Civitavecchia. Aree demaniali militari esistono in tutti i porti e la movimentazione di materiale militare è stata denunciata anche a Livorno, Piombino, Gioia Tauro, Carrara (spesso da Linda Maggiori, come potete vedere nelle fonti). In queste aree vengono gestiti i trasporti della Difesa italiana, che avranno sempre più spazio e precedenza se passa la direttiva che la Commissione europea sta proponendo per prepararsi alla guerra con la Russia.
Sul sito della Commissione viene definita “Schengen militare”, un’espressione, secondo fonti giornalistiche, coniata dal generale USA Hodges che nel 2017 si lamentava della complessità di leggi e permessi a cui le esercitazioni NATO erano sottoposte. Ma il suo vero nome è Military Mobility Act e serve ad “agevolare lo spostamento rapido e fluido di truppe ed equipaggiamenti e risorse militari in tutta Europa”. Diciamo subito che è un piano di guerra, di fatto, perché si basa su “un quadro di emergenza” per garantire precedenza al traffico militare rispetto a quello civile, uniformando e cambiando le leggi, stabilendo un accesso prioritario al militare e l’adeguamento dei corridoi europei e di 500 hotspot europei (porti, aeroporti, ferrovie e infrastrutture in generale) per poter ospitare convogli e traffici militari e, ovviamente, offrendo il coordinamento del tutto ai militari.
Ma qui la questione si confonde. Perché un conto sono le esigenze della Difesa italiana o della NATO, un altro conto sono i trasporti commerciali dell’industria militare italiana o di altri Paesi verso scenari in guerra. Sentiamo ancora Linda Maggiori: “La maggior parte di quello che passa a Ravenna arriva da imprese private che inviano armi e munizioni a Paesi terzi. La destinazione in cima alla lista dei container che partono da Ravenna è Israele, ma poi ci sono gli Emirati Arabi, l'Arabia Saudita, l’Egitto. Si stanno proteggendo degli interessi privati”.
Cosa c’entra la sicurezza nazionale con i trasporti di aziende private verso Israele o verso Paesi coinvolti in altri conflitti come Yemen e Sudan? La distorsione dell’interesse pubblico a favore di quello militare-industriale è tale che la sicurezza viene rovesciata. Sarebbe interesse pubblico e motivo di sicurezza per cittadini, lavoratori e imprese sapere piuttosto quali armi transitano dai porti civili, per ovvie questioni, a partire dalla loro pericolosità. Cosa ne pensano le autorità locali, regionali e nazionali dei trasporti, della sicurezza, le Prefetture?
Come riporta Gianni Alioti di Weapon Watch, alla fine di agosto il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, hanno inviato una lettera al direttore dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, per chiedere “uniformità di comportamento dell’Agenzia su base nazionale” e di “fornire direttamente i dati quantitativi complessivi dei transiti di armamenti in ogni singolo scalo italiano, in coerenza con quanto già diffuso per il porto di Livorno”. Il coordinamento contro le armi nel porto di Ravenna ha invitato la società civile a costituirsi parte civile; hanno aderito USB, Weapons Watch e il Cred (Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia).
“Con quale titolo politico ed etico l’Agenzia delle Dogane ignora l’art. 11 della Costituzione, la legge 185/1990, l'Arms Trade Treaty (ATT) e le risoluzioni dell’ONU che invitano a cessare i traffici di armi con Israele e con i Paesi protagonisti coinvolti in conflitti e crimini di guerra?”, commenta il sindacato USB. L’Italia non è coinvolta in una “guerra mondiale ibrida e a pezzi”. Non c’è stata nessuna dichiarazione di guerra e nemmeno una dichiarazione di grave crisi internazionale. E la nostra Costituzione non prevede che si possa entrare in guerra per una dichiarazione dell’Avvocatura dello Stato e nemmeno per volere dell’industria militare.
Fonti
Sabotaggi, fake news e democrazie fragili: quanto è estesa la guerra ibrida?
RadioPopolare - L'Italia è coinvolta "in una guerra mondiale", secondo l'Avvocatura dello Stato
https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-clip/clip_01_09_2026_12_17
Resto del Carlino - Traffico d’armi, presidio e udienza: "Italia in guerra e porto rilevante a livello militare? Preoccupiamoci"
https://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/cronaca/traffico-darmi-presidio-e-udienza-5564f6f2
Ansa - Illegittimo negare gli atti sulle quantità di armi partite da Ravenna
Altreconomia - Livorno, Ravenna, Venezia: continuano a passare armi dai porti italiani. I dati inediti delle Dogane
Il porto di Piombino è un hub delle armi. Inchiesta sulle rotte delle navi della Difesa
Inchiesta sul transito di materiale esplosivo nel “porto di pace” di Marina di Carrara
https://www.laportadivetro.com/post/usciamo-dall-ombra-sul-transito-d-armi-nel-porto-di-ravenna




