“Cosa devono fare l'Europa e la NATO per essere pronte alla guerra”, con questo titolo Ursula von der Leyen e Mark Rutte hanno ulteriormente chiarito il loro pensiero sul destino dell’Europa e lo hanno fatto su The Economist poco prima che aprisse il vertice NATO e il “gran bazar” delle armi di Ankara, ovvero la fiera industriale che lo accompagna. Per von der Leyen e Rutte, l’Europa non può pensare che qualcun altro la difenderà (gli USA) e quindi bisogna spendere e produrre più armi, in coordinamento e più velocemente.
Il ragionamento è tanto lineare quanto sconcertante: il protratto sostegno militare all'Ucraina e “l’instabilità” in Medio Oriente hanno consumato le scorte di armi, soprattutto degli USA, l'attuale capacità produttiva militare rimane insufficiente a soddisfare la domanda di missili e munizioni dell’Ucraina, ma anche quelle europea e degli USA. Bisogna produrre di più: “È nostra priorità condivisa garantire che la base industriale di Europa e Nord America produca di più, meglio e più velocemente: è così, infatti, che garantiamo la nostra sicurezza”.
Da von per Leyen e Rutte non è uscita una parola sulle guerre illegali di Trump e Netanyahu in Medio Oriente, nessun richiamo al diritto internazionale, all’ONU e alla cooperazione tra popoli. Niente. La NATO e l’Europa si schierano con la forza e con Trump: von der Leyen e Rutte rivendicano l’Occidente come gendarme del mondo. I nemici? Russia, Cina, Corea del Nord e Iran cooperano sempre più militarmente, la Russia da quattro anni ha convertito la propria economia verso una produzione bellica sostenuta. Dobbiamo fare lo stesso. Questa è l’analisi, e la linea politica: la guerra. Anche se non funziona, se proprio questi anni hanno dimostrato la sua completa inefficacia.
Sono miliardi di euro di commesse, affari per tutti, anche tra supposti nemici. Il sistema militare è tornato a contagiare a tal punto la politica da far tornare in auge l’avvertimento del presidente Ike Eisenhower (generale durante la Seconda guerra mondiale), che nel 1961 si congedò dagli americani avvertendoli dei rischi per la democrazia provenienti dal “complesso militare industriale” e la necessità di una costante vigilanza democratica. Proprio in questi giorni, l’Osservatorio sulle Spese militari MilEx ci mette di nuovo in guardia: “Tutti i canali di influenza dell’industria della difesa sulla politica restano aperti, mentre la spesa militare tocca i massimi storici e la sua programmazione diventa meno trasparente e i controlli sono fermi”.
Di fronte alla scelta della guerra possiamo costruire l’alternativa, dare voce alla domanda di pace e benessere che sale dai popoli. Nessuno vuole la guerra, soprattutto chi la paga prima con i propri salari e risparmi, poi con i propri figli. Bisogna fermare questa deriva, denunciando, protestando e proponendo la cosa più credibile, la pace possibile. Attraverso il disarmo e due capisaldi: l’obiezione di coscienza alla guerra e una difesa civile e nonviolenta.
Cosa significano queste due prospettive, che rappresentano i due binari su cui corre la proposta istituzionale più concreta dei pacifisti: il diritto a rifiutare l’uso delle armi e una difesa non basata sulle armi.
Per la prima vi ricordiamo che stiamo ancora promuovendo l’appello “io obietto la guerra”, lo potete firmare su questo sito, che ha superato le 80.000 firme e che porterà a settembre ulteriori sviluppi legislativi.
Sulla seconda è già in campo un'iniziativa da sostenere per la Difesa civile nonviolenta, attraverso una legge d’iniziativa popolare, da firmare e sostenere su https://www.difesacivilenonviolenta.org.
La difesa civile nonviolenta è prevista dalla nostra giurisprudenza, come ricorda Peacelink, ed è il compimento dell’articolo 11 della Costituzione. Viene studiata e sperimentata da decenni, conta innumerevoli corsi di studio, centri di ricerca, anche in Italia (a Pisa ci si laurea in Peace Studies). Ha anche degli Stati che la praticano in maniera chiara e con successo: il caso del Costa Rica, uno dei pochi Paesi senza esercito e tra i più stabili politicamente e socialmente dell’America centrale, basterebbe come esempio.
Insomma la nonviolenza ha tanti casi di successo ma altrettanti detrattori. Non basta aver rovesciato pacificamente con proteste popolari di massa il più grande impero coloniale della storia contemporanea in India, aver fatto crollare l’apartheid in Sudafrica o addirittura il socialismo reale in Unione Sovietica e in tutta Europa senza spargimento di sangue. Si dice che “di fronte alla guerra c’è solo la guerra”, “alle armi si risponde con le armi”, eppure non è così.
Due studiose – la politologa di Harvard Erica Chenoweth e la collega Maria J. Stephan – hanno misurato il successo delle lotte civili non armate rispetto a quelle armate e hanno scoperto che tra il 1900 e il 2006, le lotte nonviolente contro i regimi dittatoriali o oppressivi hanno ottenuto il 59% dei successi contro il 27% delle sollevazioni in armi. Nel caso di Paesi occupati da eserciti di altre nazioni o forze paramilitari la pratica nonviolenta si è dimostrata ancora più efficace: 41% di successo nei casi esaminati rispetto al 10% delle sollevazioni in armi. Conclusione: le armi peggiorano i conflitti, sempre. È il rovesciamento del mondo come lo hanno raccontato finora quelli che hanno fatto le guerre.
Per cominciare a parlare di difesa civile nonviolenta, però, bisogna farla diventare una pratica e un metodo. E per fare questo c’è una proposta per istituire, in Italia, un dipartimento che si occupa di coordinare tutte le azioni possibili di difesa nonviolenta con la protezione civile e i vigili del fuoco, ma anche con un Corpo civile di pace a cui possono partecipare i cittadini e le cittadine che si dichiarano obiettori alla guerra, con un suo Fondo alimentato dalla scelta fiscale dei cittadini e con proprie politiche di indirizzo, formazione, cultura.
È quello che ripropone la legge d’iniziativa popolare “Un’altra difesa è possibile” avanzata da Conferenza nazionale Enti del Servizio civile, Rete Italiana Pace Disarmo e Sbilanciamoci (che hanno attualizzato una proposta di legge di dieci anni fa che aveva raccolto più di 70.000 firme e che il Parlamento non ha mai finito di esaminare).
Nelle loro parole: “L’obiettivo è quello della costituzione di un Dipartimento che indirizzi il contributo alla difesa civile con le proprie autonomie e modalità di lavoro delle varie componenti oggi esistenti fra cui il Servizio civile, i Corpi civili di pace, la Protezione civile oltre ad un ipotizzato Istituto di ricerca su Pace e Disarmo. Si tratta di dare finalmente concretezza a ciò che prefiguravano i Costituenti con il ripudio della guerra e che già oggi è previsto dalla legge e confermato dalla Corte Costituzionale: la possibilità di assolvere all’obbligo costituzionale dell’articolo 52 [la difesa della Patria, ndr] con una struttura di Difesa civile alternativa a quella prettamente militare, finanziata direttamente dai cittadini attraverso l’opzione fiscale in sede di dichiarazione dei redditi”.
I cittadini avrebbero così una scelta, culturale, politica e fiscale. E si aprirebbe un dibattito importante nella società e un precedente europeo per mettere in discussione che la sicurezza sia solo armata e di competenza dei militari.
Per firmare la legge con SPID, identità elettronica:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008
FONTI
The Economist - von den Leyen, Rutte: Cosa devono fare l’Europa e la NATO per essere pronte alla guerra
https://www.economist.com/by-invitation/2026/07/05/what-europe-and-nato-must-do-to-be-ready-for-war
Anatoly Anadolu - Rutte svela 3 progetti di difesa multinazionali in occasione dell'apertura del vertice NATO con un forum sull'industria
RaiPlay - Discorso d’addio del Presidente Eisenhower, 17 gennaio 1961
“Nelle scelte di governo, dobbiamo guardarci dall'acquisizione di un'influenza ingiustificata, cercata o meno, dal complesso militare-industriale. Il potenziale per il disastroso aumento del potere fuori luogo esiste e persisterà. Non dobbiamo mai lasciare che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dovremmo dare nulla per scontato. Solo una cittadinanza attenta e ben informata può obbligare a unire adeguatamente l'enorme apparato di difesa industriale e militare con i nostri metodi e obiettivi pacifici, in modo che la sicurezza e la libertà possano prosperare insieme”.
MilEx - Industria delle armi e politica: con l’esplosione della spesa militare cresce l’influenza, ma trasparenza e controlli sono fermi
Peacelink - Che cosa è la Difesa Popolare Nonviolenta
https://www.peacelink.it/pace/a/51139.html
Erica Chenoweth and Maria J. Stephan, Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict Columbia University press
https://cup.columbia.edu/book/why-civil-resistance-works/9780231527484/
In Italiano: Erica Chenoweth, Come risolvere i conflitti. Senza armi e senza odio con la resistenza civile, Sonda editore, 2023
https://sonda.it/prodotto/come-risolvere-i-conflitti/
Università di Pisa - Scienze per la Pace: cooperazione internazionale e trasformazione dei conflitti




