Un cacciabombardiere Eurofighter F-2000 dell'Aeronautica Militare italiana è stato colpito e danneggiato la notte del 18 settembre 2026 durante un attacco di droni delle forze yemenite Huthi contro la base di Ta'if, in Arabia Saudita. Nessun militare italiano è rimasto ferito o coinvolto, ma l’aereo è malridotto.
La notizia ci ha proiettato nello scenario di guerra in Medio Oriente. I titoli dei media sono: “il fronte che coinvolge l’Italia” oppure “la guerra sfiora l’Italia”. Il ministero minimizza: non c’era nessuna volontà di colpire un aereo italiano, rassicura Crosetto, citando un comunicato stampa del portavoce degli Huthi. Ma, intanto, in un vertice militare d’urgenza, il governo decide di spostare uomini e mezzi in “aree più sicure”. Sì, perché in Arabia Saudita l’Italia ha schierato uno dei suoi radar più costosi, batterie missilistiche, uomini e aerei. La domanda, quindi, viene da sé: siamo coinvolti nella guerra di Trump in Medio Oriente?
L’acqua sul fuoco gettata da militari e governo è tanta. All’inizio l’aereo viene identificato come appartenente alla missione militare Inherent Resolve, a cui partecipiamo dal 2014 contro ISIS. Solo che ISIS nel frattempo non c’è più, mentre noi continuiamo ininterrottamente dal 2003 ad avere mezzi e uomini sul terreno cambiando nomi di missioni, obiettivi, ruoli.
Da marzo di quest’anno l’Italia ha inviato circa 300 militari in Arabia Saudita con una missione chiamata Task Force Air che "concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”. Il governo non aveva fatto comunicazioni ad hoc, l’aveva infilata tra vari provvedimenti e infatti il Foglio a fine luglio, titola: “Spunta una missione in Arabia Saudita”. Il ministro Crosetto però, ha risposto alle interpellanze delle opposizioni di stare più attente alle relazioni dei generali nelle commissioni Difesa dove potevano averne notizia.
A dire la verità, quante missioni, mezzi e uomini siano impegnati in quali scenari è abbastanza complicato da capire e incrociando i dati offerti dal Ministero, non è facile venirne a capo. Intanto perché va di moda la “interoperabilità” un concetto che permette di avere missioni diverse che condividono mezzi e uomini; e allo stesso tempo, di continuare a farne di nuove. Sul sito del ministero sono 43 le missioni attive, da quelle storiche in Libano e Palestina o sul confine indo-pakistano, fino alle ultime due, che sono proprio quelle oggetto degli attacchi che l’Italia ha subito.
Cominciamo dalla Task Force Arabia, che al suo interno ha i sottogruppi Argo (monitoraggio con velivoli e radar), Typhoon, con quattro cacciabombardieri Eurofighter F-2000A per concorrere alla difesa dello spazio aereo (uno è quello che è stato colpito), e la Task Force Medal per missioni di trasporto tattico e supporto alle attività operative nei principali teatri di interesse nazionale del Medio Oriente e del Corno d’Africa, nonché per eventuali esigenze di evacuazione sanitaria. Quindi pacchetto completo: monitoraggio, pattugliamento aereo ed eventuali forze di intervento sul terreno.
Poi c’è anche la Task Group Kuwait, che fornisce supporto ai velivoli della Kuwait Air Force. E poi anche una Task Force Land Arabia senza ulteriori specifiche (c’è l’indicazione di una mail di un comandante al Centro interforze di Roma Centocelle a cui rivolgersi), probabilmente la parte dell’esercito nell’operazione dell’areonautica. E infine c’è anche una Task Force Land Arabia - Cerbero (con tanto di teschio nello stemma) che mette a disposizione batterie SAMP/T e radar a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, “contro le minacce potenziali da parte dei paesi ostili”.
Abbiamo sparato o intercettato attacchi iraniani, o huthi o di milizie sciite irachene? Non lo sappiamo. È chiaro però, che non siamo lì a portare aiuti umanitari. Finora abbiamo avuto notizia di “missioni combat”, compiute per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale dalla nostra Marina militare, solo dalla voce di ammiragli e militari ai media. le abbiamo riportate nel nostro podcast “Ho detto R1PUD1A” e in diversi numeri di QB. La Marina ha sparato per intercettare droni e attacchi contro vascelli commerciali che proteggiamo nell’ambito di più missioni. E diversi responsabili militari hanno chiesto più fondi, mezzi e missili per il costo di questa operazione.
Ricordiamo che nel Mar Rosso abbiamo dal 2012 anche una base navale a Gibuti con un centinaio di soldati e mezzi terrestri per “supporto logistico alle operazioni militari nazionali che si svolgono nell’area del Corno d’Africa, Golfo di Aden, bacino somalo, Oceano Indiano”: dal contrasto della pirateria nei primi anni alla sicurezza commerciale della navigazione nel Mar Rosso.
Le navi commerciali vengono scortate nell’ambito della missione europea Aspides, che non prevede di fare fuoco se non per motivi di difesa, anche se possiamo sparare più facilmente partecipando alla Combined Maritime Forces, gestita dal Comando Americano di USNAVCENT in Bahrein, che opera nel Mar Rosso con 46 Paesi partecipanti per la sicurezza della navigazione.
Il Ministro Crosetto, pochi giorni prima dell’attacco al cacciabombardiere in Arabia, aveva annunciato, via mezzo stampa, di aver deciso insieme al Capo di Stato Maggiore della Difesa di attivare la Marina Militare per “garantire il transito in sicurezza delle navi italiane”. Di fatto, accusando i partner europei di inerzia e scarsa partecipazione, il Ministro aveva annunciato un impegno che non poteva prendere e infatti la frase è stata poi corretta e ricondotta nelle decisioni governative (era troppo anche per questo governo). Ma intanto, un altro limite è stato varcato.
La gravità del fatto è spiegata da un Ammiraglio in pensione su Green Report: “Non possiamo esimerci dal considerare quanto si assottiglierebbe il confine tra difesa e combattimento”. Poniamo che un mercantile italiano sia attaccato da un drone lanciato dagli Huthi: secondo le regole d’ingaggio della missione europea Aspides, la Marina italiana avrebbe il diritto di difendersi anche con l'uso della forza, nei limiti stabiliti; ma se Roma decidesse di sganciare temporaneamente la nave dal comando europeo e utilizzarla sotto comando nazionale, la responsabilità politica dell'operazione ricadrebbe direttamente sull’Italia
Allora siamo in guerra o no? Crosetto risponde alle accuse lanciate da Il Fatto Quotidiano con un comunicato molto duro: “L’Italia non è in guerra. Il Parlamento non è stato «escluso» da niente. Il Quirinale non è stato tenuto all’oscuro di nulla”. Siamo sollevati. Perché lo stesso giorno Corriere della Sera proponeva un editoriale di Danilo Taino intitolato “la guerra ibrida è tra noi” sostenendo la tesi che sul fronte orientale “dobbiamo dircelo senza infingimenti: siamo in guerra, l’ha deciso l’uomo del Cremlino”. E lo diceva dopo che dei caccia italiani avevano abbattuto un drone in Lituania.
Con la parola ibrida si possono far passare molte storture democratiche (vedi il QB sull’inchiesta di Linda Maggiori sulle armi nei porti civili) e, infatti, Taino sul Corriere conferma: “Ibrida non è un diminutivo”. Ma nel caso del Mar Rosso, siamo coinvolti in una guerra ibrida?
Per ora la risposta ufficiale del governo è che difendiamo gli interessi nazionali. Anche se qualcuno dovrebbe calcolare se costano di più queste missioni e i missili che sparano rispetto a sovvenzionare gli extracosti dell’allungamento dei percorsi commerciali, evitando così di dare ulteriore forza a gruppi armati e alla destabilizzazione internazionale. Sarebbe una strada alternativa? Più costosa dei rischi di guerra?
Non si parla più di diplomazia, ma solo di armi, fregate, missili, droni, attacchi, incidenti, di potenza e forza. E per questo, con grande convinzione, visto che stiamo denunciando questa escalation da anni, e visto che abbiamo provato, in ogni modo a sensibilizzare e proporre, con decine di migliaia di persone, centinaia di enti locali, luoghi della cultura, festival… e nessun ascolto da Governo e Parlamento, passiamo all’azione.
Tra qualche giorno rilanciamo la campagna “io obietto la guerra” con una legge di iniziativa popolare per il diritto all’obiezione di coscienza alla guerra, perché tutte le italiane e gli italiani possano dichiarare il proprio ripudio della guerra, fare una scelta civile e non violenta di risoluzione delle crisi e dei conflitti, riaffermare una società che si realizza nella Costituzione e non nel suo superamento. Oltraggio forse più forte?
Dai primi di ottobre vi aspettiamo per firmare, sostenere, diffondere.
Fonti
La Stampa - Arabia Saudita, il contingente italiano si sposta: “Uomini e mezzi via dai luoghi meno sicuri”
Domani - La guerra sfiora l’Italia Crosetto chiede sostegno per la missione Aspides
Sole24Ore - Caccia colpito in Arabia, dal Mar Rosso al Golfo il fronte che coinvolge l’Italia
Il Foglio - Spunta una missione in Arabia saudita
Difesa - Task Force Arabia e Task Force Cerbero e Task Force land Arabia
https://www.difesa.it/operazionimilitari/op-intern-corso/task-force-air-arabia/index.html
https://www.difesa.it/operazionimilitari/op-intern-corso/task-force-land-cerbero/index/27271.html
https://www.difesa.it/protocollo/aoo-difesa/smd/stflarab/101688.html
Combined Maritime Forces
https://combinedmaritimeforces.com/ctf-153-red-sea-maritime-security/
GreenReport - Il ministro Crosetto vuole inviare navi da guerra nel Mar Rosso per tutelare i mercantili italiani da Bab el-Mandeb
Difesa - Il Fatto Quotidiano inventa e mistifica la realtà dei fatti. Ora basta.
Corriere della Sera - La guerra ibrida è tra di noi
https://www.corriere.it/firme/danilo-taino#:~:text=La%20guerra%20ibrida%20di%20Putin




